TRUE COMMITMENT #23
The Destination Unknown Endurance Coaching Newsletter
DNF
Le tre lettere che segnano la carriera di ogni ultrarunner.
Ultimamente mi sono accorto di come il DNF o did not finish, o più prosaicamente il ritiro, abbia cambiato valore.
Senza finire nella solita retorica stanca del vecchio, una volta era “giocosamente” vissuto come un marchio di disonore. In maniera anche un po’ machista, si preferiva morire sul percorso piuttosto che gettare la spugna. Quando venni a sapere che AJW, figura leggendaria della Western States, ed oggi allenatore di CTS, mandava ironicamente il biglietto di auguri di Natale solo agli atleti che non avevano mai conosciuto la vergogna del ritiro, mi rammaricai parecchio di non avere l’abitudine di mandare auguri, altrimenti avrei “giocosamente” seguito il buon Andy nella pratica.
Eravamo sportivamente giovani e stupidi, perché poi nel corso della mia carriera di atleta prima e di allenatore poi, ho imparato a capire che non c’è niente di disonorevole nel ritirarsi ad una gara. Anzi, che serve lucidità nel prendere quella decisione, e spesso è un modo per tutelare la nostra salute fisica e mentale.
Il nostro è uno sport, e come tale va vissuto. E’una sfida con se stessi e con gli altri atleti, e bisogna imparare (e di conseguenza anche insegnare a chi è nuovo) che nello sport ci si batte ad armi pari, che uno vince, altri ottengono un risultato e a volte si perde o addirittura ci si ritira. Non cambia l’essenza di chi siamo, perché il nostro valore di uomo non è definito dai risultati sportivi. Mai.
Quello che traspare invece oggi, almeno mi sembra, è che il DNF è quasi un passaggio obbligato. Qualcosa che non ha nessun peso e che ti serve per diventare migliore.
Ora, va bene tutto. Eravamo giovani e stupidi noi. Ma arrivare a questo estremo è un po’ svilire la sfida sportiva. In questa società, vogliamo essere tutti protagonisti. Non accettiamo di essere arrivati secondi, o decimi, o centocinquantesimi. Figurarsi il non finire. E allora via con una sfilza di ragioni che dovrebbero interessare solo l’atleta e al massimo il suo allenatore, ed invece vengono erette a difesa della decisione di non finire una gara su social e nei circoli letterari delle uscite di gruppo.
Mi sento dire che “ho imparato da questo ritiro”, e mi arrabbio. Perché si impara dalle gare andate bene, non da quelle andate male. Costruite la casa su fondamenta solide o sulle sabbie mobili? Oppure “provo comunque, al massimo mi fermo”: provo cosa? Entro in gara se so di avere le possibilità di farlo, sennò aspetto il momento giusto. “Sono tranquillo, non sono deluso”: ah si? Male, quando non riesco in una cosa che ho voluto e preparato, dovrei essere incazzato. Nessuno nega la soddisfazione di aver comunque provato, ci mancherebbe. Però… ci deve essere la voglia di portare a fondo quello che abbiamo iniziato. Non “a tutti i costi”. Ma ogni tanto, dobbiamo anche ricordarci che ci si mette sulla linea di partenza per vedere l’arrivo.
Vogliamo tutto subito, una medaglia da mostrare al mondo, e se non arriva pazienza, almeno c’ero. Tanto arriveranno i “grande comunque”, “bravo lo stesso”, “sei sempre un numero uno” e così via. E lo fa anche qualche allenatore, bontà sua. Con tanto di discorso filosofico e pacca sulla spalla virtuale.
Quando un mio atleta ci cade dentro, è l’ora in cui devo smettere davvero i panni dell’amico. E’ forse uno dei pochi momenti in cui devo essere distaccato e fare quello che è richiesto ad un’allenatore, nella mia visione delle cose: dare indicazioni sulla strada da prendere e fare in modo che il mio atleta giri nella direzione giusta. Ma che lo faccia lui, non che mi metta io a guidare. E se necessario, dirgli che un DNF è comunque una sconfitta, e come tale va vissuta. Non certo colpevolizzata, ma analizzata, metabolizzata e poi buttata nel cestino. Che dobbiamo fare spazio per le gare finite bene. E’ uno sport, vero. Ma a volte ci insegna anche qualcosa della vita.
E smettetela con la logica del Nana korobi ya oki, il famoso “cadi 7 volte, rialzati 8” che avrete sicuramente visto su qualche bacheca FB o IG. Alla terza volta che cado, cerco qualcuno che mi insegni a stare in piedi, o imparo prima a stare seduto bene. Non c’è niente di eroico nello sbattere contro un muro, nella mia visione. C’è invece tanta soddisfazione nel sapere che sono andato anche solo un passo avanti nel mio processo di crescita, come atleta e come uomo. Progression.
Coach D
Durability
La durability (o durabilità in italiano) è l’argomento “caldo” attorno a cui si sta concentrando parecchio interesse nel mondo dell’endurance, particolarmente quando si parla dei fattori che determinano la performance delle gare su lunghissima distanza.
Praticamente tutti i modelli scientifici attuali utilizzano parametri che non variano nel tempo per tentare di predire la performance di un atleta, sia che utilizzino la soglia anaerobica, la critical power, il VO2 max o qualsiasi altro parametro. Questi modelli sono spesso deficitari anche per la valutazione dello sforzo di una maratona (Smyth et al., 2022), e quindi, davanti ad un atleta che si sottopone a sforzi superiori alle tre ore, dobbiamo per forza parlare di durabilità per cercare di comprendere e prevedere i risultati di gare ed allenamenti.
In termini scientifici non abbiamo ancora una definizione univoca, ma possiamo azzardarci a dire che la durabilità indica il decadimento dei parametri fisiologici nel tempo durante uno sforzo prolungato.
Questo decadimento non influenza unicamente il risultato in gara, ma anche il calcolo del carico di lavoro di un atleta, la valutazione degli adattamenti ottenuti con l’allenamento e la comprensione delle intensità di sforzo da utilizzare durante sessioni di allenamento di una certa durata.
Il decadimento dei parametri fisiologici è un processo multifattoriale, legato all’aumento della temperatura corporea e muscolare, alla deplezione delle riserve energetiche endogene, a cambiamenti dello stato di idratazione dell’atleta, all’aumento della fatica periferica, a variazioni del profilo endocrino e a modifiche nell’economia del movimento. (Maunder et al., 2021)
In buona sostanza, per quanto riguarda l’ultratrail, sappiamo tutti che per raggiungere un ottimo risultato in gara non basta andare forte nelle prime ore di gara, o sulla prima salita, ma bisogna riuscire a mantenere quella velocità, o gran parte di essa, nelle ore e, soprattutto, nelle salite finali. La durabilità sembra essere il parametro perfetto per comprendere e misurare tutte le determinanti fisiologiche della performance sull’ultra distanza (Berger et al., 2023).
Rimangono due grossi quesiti. Come si fa ad allenare la durabilità? E come si fa a misurarla?
Per quanto riguarda l’allenamento la risposta è complessa e variegata, coinvolgendo tutte le fondamentali caratteristiche dell’allenamento sulla lunga distanza: dal volume totale di allenamento, alla capacità di resistere al carico eccentrico generato dalle discese, ad una corretta strategia di distribuzione dello sforzo. Ad oggi, molte delle energie della ricerca e della sperimentazione sul campo da parte degli atleti sono rivolte alla nutrizione, nel tentativo di rallentare il calo della prestazione nel tempo tramite una massiccia assunzione di carboidrati esogeni, come ad esempio dimostrato da Clark e i suoi colleghi (Clark et al., 2019), che hanno mostrato come l’ingestione di 60g/h di carboidrati limitasse il calo della Critical Power nei ciclisti dopo 2 ore di sforzo.
Per quanto riguarda la misurazione del decadimento, ad oggi le scienze motorie non hanno ancora una risposta precisa, soprattutto per quanto riguarda il mondo della corsa, ancora meno se si parla di corsa su sentiero ed in montagna.
Guardando al mondo del ciclismo numerosi allenatori hanno iniziato a testare i propri atleti sul campo. Grazie all’onnipresenza dei misuratori di potenza, i quali permettono di ottenere dati precisi e ripetibili, sia per quanto riguarda i parametri fisiologici misurati sia per quanto riguarda il carico di lavoro al quale l’atleta viene sottoposto, la misurazione è realizzabile facilmente ed ovunque.
Nella sostanza, i ciclisti vengono sottoposti ad un test partendo da uno stato di riposo, dove vengono valutati i parametri fisiologici d’interesse, spesso la Critical Power, simile al Critical Pace utilizzato dai coach di DU. Terminato il primo test, gli atleti effettuano un allenamento fino a raggiungere un determinato carico di lavoro, quantificato in kilojoule grazie al misuratore di potenza. Raggiunto questo carico, viene effettuato nuovamente il medesimo test effettuato in principio e viene misurato il decadimento dei parametri di interesse, così da valutare la durabilità. Il test può essere effettuato a seguito di diversi carichi di lavoro.
Anche in DU stiamo sviluppando un nostro protocollo, processo che abbiamo iniziato ad applicare al Camp di Chamonix, da cui è uscita una base di dati interessante e non banale. Ma siamo agli inizi: se sei un nostro atleta preparati ad una primavera di esperimenti, se non sei un nostro atleta, continua a leggere questa newsletter per rimanere aggiornato.
Coach Ambro
Smyth B, Maunder E, Meyler S, Hunter B, Muniz-Pumares D. Decoupling of Internal and External Workload During a Marathon: An Analysis of Durability in 82,303 Recreational Runners. Sports Med. 2022 Sep; doi: 10.1007/s40279-022-01680-5
Maunder E, Seiler S, Mildenhall MJ, Kilding AE, Plews DJ. The Importance of 'Durability' in the Physiological Profiling of Endurance Athletes. Sports Med. 2021 Aug; doi: 10.1007/s40279-021-01459-0
Berger NJA, Best R, Best AW, Lane AM, Millet GY, Barwood M, Marcora S, Wilson P, Bearden S. Limits of Ultra: Towards an Interdisciplinary Understanding of Ultra-Endurance Running Performance. Sports Med. 2024 Jan;54(1):73-93. doi: 10.1007/s40279-023-01936-8
Clark IE, Vanhatalo A, Thompson C, Joseph C, Black MI, Blackwell JR, Wylie LJ, Tan R, Bailey SJ, Wilkins BW, Kirby BS, Jones AM. Dynamics of the power-duration relationship during prolonged endurance exercise and influence of carbohydrate ingestion. J Appl Physiol (1985). 2019 Sep 1;127(3):726-736. doi: 10.1152/japplphysiol.00207.2019
Coach on the run: Wasatch Front 100
Tutti bravi a parlare. Ma noi coaches DU, cosa abbiamo combinato quest’anno?
Ci sembrava una buona idea prendere le nostre gare per far vedere come ciascuno di noi ha un approccio diverso, e soprattutto come un programma di allenamento va individualizzato e aggiustato in base a caratteristiche ed eventi che rendono ogni avvicinamento “unico”. Una sorta di esercizio che spesso facciamo tra di noi, e che abbiamo deciso di “aprire” a chi ha voglia e pazienza di leggerci.
Iniziamo con Coach Tommy che quest’anno è andato oltreoceano ed ha fatto una delle 100 miglia storiche americane, Wasatch Front 100, che è anche parte del Grand Slam delle 100 miglia americane.
Trovate QUI il suo racconto… e piccolo spoiler, la fibbia qui sotto è la sua.
QUOTE OF THE MONTH
"As coaches we don’t get rich off the sport, we get rich off the memories and what our athletes do. We get rich off them enjoying the sport and that’s what it’s all about for me. I can’t think of anything better than working with an athlete and getting them to the stage where they perform and do something way beyond what they ever thought was possible. It just puts a smile on my face. It’s like: ‘There you go, I told you that you could do it’. It’s having belief in an athlete’s ability and showing them that they can do more than they think they can. It’s a very simple thing, but it’s very special." - Andy Hobdell
“Come allenatori, grazie allo sport, non diventiamo ricchi, ma lo diventiamo di ricordi e di quello che fanno i nostri atleti. Ci arricchiamo grazie al fatto che si divertono con lo sport e per me si tratta di questo. Non riesco a pensare a niente di meglio che lavorare con un atleta e fargli raggiungere la fase in cui corre e fa qualcosa che va ben oltre ciò che ha sempre pensato fosse possibile. Mi fa sorridere. È come se gli dicessi: “Ecco, te l'avevo detto che ce l'avresti fatta”. È avere fiducia nelle capacità di un atleta e mostrargli che può fare più di quanto crede. È una cosa molto semplice, ma molto speciale. - Andy Hobdell
DU SURPRISE WORKOUT
Anche quest’anno, solita tradizione natalizia di Destination Unknown: per farvi uscire dal tunnel dei cenoni, il 26 dicembre è il giorno del DU Boxing Day.
Se i nostri atleti troveranno come sempre la sorpresa il 25, direttamente consegnata da Babbo Natale su Training Peaks, se anche voi volete cimentarvi nel Workout del Boxing Day è facile: basta iscriversi alla newsletter su Substack e vi verrà consegnato “sotto l’albero”!
Come sempre, lasciamo un piccolo indizio… ma come sempre non sarà facile arrivare alla soluzione. Forse ancora meno facile sarà chiudere il workout?
Ci si vede il 26, scarpe ai piedi.
ROAD TO CORTINA 2025
Cortina, Cortina.
Per DU è tante cose: crocevia di emozioni, luogo di ricordi, rifugio peccatorum.
Inutile dire che in questi anni ci è sempre stata amica, pronta ad accogliere coach e atleti in uno dei weekend più caldi dell'anno (in tutti i sensi).
In quello che si prospetta essere un altro anno memorabile non possiamo esimerci dall'essere presenti tra le crode e i rifugi Ampezzani a suonare campanacci, gioire tra amici, sollevare atleti da qualche brutta giornata.
Ogni anno che passa ci piace pensare che sarà impossibile eguagliare le soddisfazioni e gli insegnamenti del precedente, eppure resta viva la voglia di potersi stupire anche in un ambiente così familiare e intimo.
Anche nel 2025 riproponiamo il collaudato ma rinnovato Training Plan Road to Cortina: collaudato perché già ampiamente sperimentato nelle scorse tre edizioni di Lavaredo Ultra Trail, rinnovato perché ogni anno si impara qualcosa in più e si aggiungono ingranaggi alla macchina, per poter garantire un'offerta qualitativa su cui mettere la firma.
Se volete salire a bordo, informazioni a info@ducoaching.com, il piano parte da metà gennaio, come al solito!
#DUcortinasquad, as usual.
BIG ROCK ENDURANCE RUN
Ci abbiamo provato, ci siamo divertiti… e allora ritorniamo.
Dopo una prima edizione che ci ha davvero regalato tante emozioni indimenticabili, BIG ROCK ritorna.
Ricordiamo: tre gare su un circuito da 10 miglia (16 chilometri), nell’Area Naturalistica di Pianezze, in pieno Anfiteatro Morenico d’Ivrea. Due ristori sul percorso, no materiale obbligatorio, Race Headquarters con cibo, musica, Camp dove montare le tende e tante iniziative collaterali per portare più gente possibile a fare festa e supportare i runners impegnati nelle gare. E si, per la 100 miglia c’è anche la fibbia.
Ci sarà qualche novità? Chiaro. Ci sarà qualche aggiustamento? Ovvio, siamo stati a sentire i vostri consigli, dove possibile. Ma rimarrà l’atmosfera che ha reso la prima volta fantastica, e quella l’avete fatta voi runners/volontari/spettatori.
Davide & Mari (the Race Directors)
SONG OF THE MONTH
La scelta di questo mese va per uno dei gruppi che hanno segnato la mia gioventù. Pochi come i Dag Nasty nei primi ‘80 sapevano coniugare furore hardcore e melodia. Specie in questo primo album con Dave Smalley alla voce, restano per me unici.
Difficile tirare fuori una canzone simbolo, ma nella sua malinconia, mi piace il messaggio di Never Go Back. I tempi sono cambiati, io sono cambiato, ma come 35 anni fa, guardare avanti è tutto quello che mi interessa. Progression.
Coach D









BIG ROCK ENDURANCE RUN Che dire, gara completamente fuori dalle mie abitudini e che quindi andava provata assolutamente. Mi sono divertito parecchio ma, come ho gia detto, LA BIRRA!!!
Ci si vede l'anno prossimo.